La clemenza ha natura non forzata

cade dal cielo come pioggia gentile

sulla terra sottostante; è due volte benedetta,

benedice chi la offre e chi la riceve;

(…) sta al di sopra del potere dello scettro,

ha il suo trono nel cuore dei re,

è un attributo di Dio stesso

(Il Mercante di Venezia, William Shakespeare)

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Rosario Livatino

Leggere tra le pagine dei quotidiani storie che seminano speranza tra notizie preoccupanti che, alle volte, ci sembra di dover dribblare per poter affrontare serenamente le giornate, fa bene. Mette in moto qualcosa, il riconoscimento che, come scriveva Hannah Arendt, anche nei tempi bui abbiamo il diritto di aspettarci un po’ di luce.
La storia che segnaliamo oggi ha pertinenza con una parola complessa, alle volte usata in modo superficiale ma con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, a ben guardare, anche per vicende molto più piccole e insignificanti. Riguarda la sfera del perdono e della riconciliazione, delle relazioni con l’altro e della possibilità di nuovi inizi, dell’errore non come pietra tombale, ma come possibilità di cambiamento. Per tutti.

La storia è quella di un uomo, Domenico Pace, che ha fatto parte del commando mafioso che nel 1990 ha assassinato il giudice Rosario Livatino, proclamato Beato da Papa Francesco nel 2021, perché ucciso “in odium fidei”. Livatino, all’epoca trentacinquenne, era infatti uomo di profonda fede, un aspetto che accresceva il fastidio della Stidda, tanto da valergli il soprannome “Santocchio”.
Domenico Pace aveva allora solo 23 anni. Chiuso in carcere da trentacinque anni, ne ha trascorsi quattordici al 41 bis. Di quel periodo racconta di aver resistito solo grazie ad un innato istinto di sopravvivenza, ancora non consapevole del male causato.
Qualcosa ha iniziato a cambiare col suo arrivo a Sulmona, dove grazie all’incontro con alcune persone ed un lavoro di revisione senza sconti sulla sua vita, si è messo in gioco, proponendosi per fare qualsiasi lavoro e cominciando a studiare seriamente, fino ad arrivare alla laurea.
Quando racconta, Domenico usa l’immagine di cancelli che si sono aperti uno dopo l’altro dentro di lui, vincendo volta per volta la sua resistenza al non farsi definire, come ultima parola, dalle terribili azioni compiute. La cosa che colpisce nel suo racconto è che sicuramente ha in mente volti ben precisi che dentro il carcere l’hanno aiutato; ma il volto più importante, quello che più di tutti lo sostiene e lo sprona è il volto sempre presente dell’uomo che ha ucciso. “Il cambiamento che sta avvenendo nella mia vita è legato al rapporto che sento di avere con lui”. 

Vorremmo però che poteste leggere direttamente l’intervista e le sue parole, perché interroga sulla nostra stessa resistenza al cambiamento ma anche sulla possibilità di una relazione disarmata con l’altro (per molto meno di così).

 

Immagine in copertina Achille e Priamo, Albert Bertel Thorvaldsen